sabato 2 ottobre 2021

È una sfida di civiltà

In queste settimane è uscita dall'attenzione dei mass media la drammatica vicenda delle violenze perpetrate nel carcere di Santa Maria Capua Vetere. Dopo alcuni giorni di interesse, per altro superficiale e ripetitivo, i riflettori sono stati spostati in altre direzioni, e l’argomento è stato, per così dire, archiviato e posto nel dimenticatoio. E invece penso che al tema vada prestata la massima attenzione. Non si tratta di qualcosa che interessa solo una porzione marginale e secondaria della popolazione, forse la fetta ritenuta meno meritevole di considerazione, perché autrice o complice di gravi atti lesivi della civile convivenza, che siamo portati a considerare come un peso e un pericolo per la nostra collettività e che è sostanzialmente meritevole della sorte che le tocca, secondo il famoso detto popolare “chi è causa del proprio male pianga sé stesso”. Anzi, a ben vedere, siamo portati a ritenere, che di fronte ai gravi danni e ai durissimi dolori che il fenomeno criminale provoca, il complesso delle pene attualmente previsto sia sostanzialmente insufficiente e poco dissuasivo dall’opzione di permanere in atteggiamenti offensivi della legalità. Di qui l’atteggiamento prevalente che esige un rigoroso isolamento di quanti commettono reati, auspica il loro essere rinchiusi in carceri sicuri, di cui, anche se non lo si dice apertamente, si auspica “che vengano buttate le chiavi”. Quello che avviene tra le mura delle carceri interessa poco o niente, in fondo “lo hanno voluto loro” e quindi “se lo meritano”. In definitiva è meglio pensare ad altro.

Proprio perché la criminalità rappresenta uno dei più gravi problemi con cui la nostra società si trova a fare i conti, il problema delle condizioni di vita nelle carceri deve invece essere tenuto nella massima considerazione. Gli episodi come quelli di Santa Maria Capua Vetere, in realtà, sono solo un campanello d’allarme che dovrebbe scuotere con forza la coscienza civile del nostro paese. Così non è stato. Eppure non si tratta di un fenomeno isolato e limitato al solo istituto di Santa Maria Capua Vetere. Le condizioni di vita nelle carceri del nostro paese risultano, da quanto emerge da numerose ricerche operate in merito, particolarmente dure e poco rispettose della dignità umana delle persone. La cosa, per altro, è stata posta in evidenza anche da autorevoli pronunce di organismi sovranazionali. Proprio le durissime condizioni di vita oggi registrabili nel nostro sistema carcerario e il connesso problema del sovraffollamento, se analizziamo con attenzione e senza pregiudizi la cosa, contribuiscono notevolmente a far sì che gran parte di quanti ne fanno la dura esperienza siano portati a perseverare in comportamenti illegali e a reiterare reati.

E questo in barba ai principî di alta civiltà proclamati dalla nostra Costituzione in proposito. All’art. 13 («è punita ogni violenza fisica e morale sulle persone comunque sottoposte a restrizioni di libertà») viene esplicitamente stabilito che dal sistema carcerario sia bandito qualsivoglia uso della violenza fisica e morale sulle persone. Fatti di cronaca come quello di Santa Maria Capua Vetere testimoniano invece come tale obbligo costituzionale sia di frequente disatteso. La Costituzione poi all’art. 27 («le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato»), indica con grande chiarezza il valore del carattere rieducativo della pena. Una prescrizione, quest’ultima, ritenuta “una pia illusione” da un’opinione che, sia pur silenziosa, è molto diffusa tra di noi. E, invece, si tratta di un’indicazione di altissimo valore che ci è stata donata dai nostri impareggiabili padri costituenti. È un tema, un valore, sul quale “sta o cade la nostra democrazia”. Ricorrentemente diamo giustamente vita a momenti e giornate di ricordo delle vittime della criminalità organizzata, con il legittimo intento di promuovere la massima diffusione di una cultura della vita civile e della legalità. Ricordiamo il generale Dalla Chiesa, i giudici Falcone e Borsellino, e tanti altri che, come loro, hanno pagato duramente con la vita. Nelle scuole si moltiplicano le iniziative di formazione in tal senso. Ma tutto ciò rischia di ridursi solo a una periodica sterile riproposizione di principî teorici che non trovano concreto riscontro nella vita quotidiana di tutti i giorni. Se la comunità democratica dei cittadini italiani, lo stato democratico, non riesce nei fatti concreti a bandire la violenza dalla vita quotidiana delle carceri, se non si garantiscono negli istituti di detenzione condizioni pienamente rispettose della dignità umana, se non si conferisce il dovuto ruolo ai percorsi rieducativi da realizzare in essi, la battaglia dello stato contro la criminalità organizzata non potrà essere vinta. Se lo stato contro la criminalità non sa far di meglio che lasciare che nelle carceri sia usata la violenza, di fatto sancisce la propria sconfitta. Se alla violenza criminale, si risponde con la stessa arma della violenza, si finisce per riconoscere implicitamente la violenza come l’unico fattore capace di regolamentare la vita sociale, e questo in piena sintonia con una mentalità criminale. Lo stato finisce per far propria la cultura della criminalità.

E invece come cittadini siamo chiamati a raccogliere con entusiasmo la sfida che ci è stata proposta dai nostri padri costituenti, rendere umane le condizioni di vita nelle carceri, attuare tutte le possibili iniziative per garantire il carattere effettivamente rieducativo delle pene. Rendere possibile a ogni cittadino che abbia sbagliato di poter percorrere concreti itinerari di ritorno a una cultura della legalità e della socialità, deve diventare un obiettivo centrale e prioritario della nostra agenda politica. Nella nostra comunità civile, soprattutto tra le nuove generazioni, esistono le spinte valoriali, la consapevolezza dell’importanza del tema e l’entusiasmo necessari per misurarsi nell’impresa. Sono significativamente diffuse anche le competenze culturali e professionali all’uopo essenziali. Valorizzarle potrebbe anche avere una positiva ricaduta in termini di crescita occupazionale e di sviluppo economico e sociale.

Tra le previste riforme connesse al Piano nazionale di ripresa e resilienza rientra anche una riforma della giustizia, che sta compiendo i suoi passi istituzionali. Ho tuttavia l’impressione che nei testi attualmente in preparazione il tema delle condizioni di vita nelle carceri stia un po’ in disparte. Questo è, a mio avviso, un pesante limite dell’attuale iniziativa del governo in proposito. Sarebbe decisivo non perdere l’occasione del PNRR per dare una concreta e decisiva spinta nella direzione di potenziare la capacità rieducativa del nostro ordinamento giudiziario, potenziando i percorsi educativi e formativi del personale addetto, favorendo l’allargamento delle misure alternative alla detenzione, riducendo l’affollamento delle strutture, pluralizzando e ampliando le opportunità di efficaci percorsi di recupero.

È un impegno di civiltà che un paese autenticamente democratico non può disattendere, chiediamo con forza e convinzione che sia assunto con entusiasmo e responsabilità.

Vico Equense, 2 ottobre 2021

Sergio Sbragia


mercoledì 29 settembre 2021

Domenica le elezioni amministrative


Ormai ci si prepara allo sprint finale per le elezioni amministrative di domenica prossima. Purtroppo la sensazione che ho di questo imminente passaggio elettorale è abbastanza deludente. Lo scenario generale mi sembra profondamente caratterizzato un po’ ovunque da una visione individualistica, molto lontana da un necessario senso comunitario di corresponsabilità della conduzione della “cosa pubblica”. Un po’ in tutte le località interessate, dalle grandi città ai centri medio-piccoli, abbiamo registrato la presentazione di molte candidature individuali per la funzione di sindaco e la moltiplicazione oltre ogni immaginazione del numero di liste di appoggio. Un fenomeno questo, quello della fioritura di tante tantissime liste, che accomuna la procedura elettorale per i comuni e quella per le regioni. In occasione di queste scadenze elettorali si registra un fenomeno diffuso di nascita, pochi mesi prima dell’appuntamento elettorale, di improvvisate aggregazioni politiche, che poi, nella quasi totalità dei casi, si dissolvono immediatamente dopo le elezioni. Fiori che non mettono radici, che non riescono a maturare un’esperienza politica, che alla fin fine non fanno storia. Solo uno strumento momentaneo e fugace di raccolta del consenso, che non costruisce quasi mai reti condivise di protagonismo sociale e politico. È questo a mio avviso un limite molto grave del sistema elettorale che dagli anni ’90 è stato scelto per i Comuni. Oggi, a quasi trent’anni dalla sua introduzione, abbiamo a disposizione una prospettiva storica di quasi tre decenni per poter adeguatamente valutare i limiti delle regole elettorali vigenti per le nostre comunità locali.

A mio parere non sembrano raggiunti gli obiettivi di stabilità amministrativa che ci si attendeva all’epoca della loro introduzione. Uno sguardo, anche rapido, alle serie storiche delle sindacature delle principali città mostra senz’ombra di dubbio l’assenza di miglioramenti rispetto alla fase precedente, con dall’altro invece un decremento nella partecipazione politica dei cittadini e un diffuso allargamento del disinteresse per la vita associata.

La crescita dei nostri centri ha necessità di uno spirito di partecipazione, di corresponsabilità, di senso di appartenenza, che viene di fatto scoraggiato dall’impostazione individualistica delle attuali regole elettorali, che favoriscono solo la nascita di fugaci aggregazioni di breve respiro e ispirate a una logica del “mordi e fuggi”.

Un’impostazione che alla fine impedisce alle comunità locali di essere vere protagoniste di crescita sociale e civile, manifestando una sostanziale debolezza nei confronti delle istanze del potere centrale. L’individualismo di qualche sindaco, che ogni tanto fa la voce grossa negli strumenti di comunicazione, in realtà dimostra solo la debolezza delle nostre comunità locali. L’assenza di un protagonismo sociale, frutto di una società civile matura, responsabile e coinvolta, non può essere surrogato dall’agitarsi di una sola persona e questo con grande gioia per le spinte centralizzatrici.

D’altronde anche il protagonismo turistico dei leaders delle forze politiche nazionali, in questi giorni un po’ tutti impegnati a fare su e giù perb la penisola, a parole con l’intento di sostenere i propri candidati in lizza localmente, mostra invece la diffusa disattenzione per lo sviluppo delle nostre comunità locali. Di fatto questo interventismo verticistico delle istanze nazionali nello svolgimento dei confronti elettorali locali costituisce una mancanza di rispetto per l’autonomia locale, che dovrebbe invece essere oggetto del massimo rispetto da parte dei livelli nazionali. Sono convinto che quando un leader nazionale, disertando gli impegni istituzionali e/o di parte di cui è titolate a livello centrale, interviene nel dibattito politico locale viola in concreto l’autonomia di quanti nella realtà locale quotidianamente vivono e sono impegnati, in primis l’autonomia e i diritti di quanti in quella realtà locale si riconoscono nella stessa area di opinione del leader in visita.

Personalmente sono convinto che sia giunta l’ora di operare un’approfondita riflessione finalizzata a individuare una diversa e alternativa disciplina elettorale per le nostre comunità locale. Penso che sia arrivato il momento per aprire in proposito un serio tavolo di confronto e approfondimento.

Vico Equense, 29 settembre 2021

Sergio Sbragia

giovedì 29 luglio 2021

La nostra quotidiana sbornia pubblicitaria

È davvero piacevole poter degustare un buon vino. Nel nostro paese abbiamo la fortuna di poter scegliere tra una varietà ricchissima di denominazioni. Il lavoro dei nostri viticoltori ci offre infatti la possibilità di fare delle degustazioni eccezionali, dandoci l'opportunità di meglio gustare i nostri pasti, con gioia per i nostri sensi. Ma se nel consumo di vino andiamo oltre la quantità sopportata dal nostro fisico, il piacere del gusto si trasforma nell'esperienza poco piacevole di una sbronza. Se poi il consumo di vino in quantità eccessiva diviene abituale, corriamo il rischio di acquisire una dipendenza e di diventare alcolisti. Così la bella esperienza di levare in alto i calici, se va oltre i ragionevoli limiti fisiologici, può trasformarsi addirittura in una pesante sofferenza. 

Lo stesso principio di un uso quantitativamente accorto, vale anche per l'assunzione dei farmaci. Se ci atteniamo ai quantitativi prescritti dal medico, possiamo curare la malattia con cui ci stiamo misurando, se andiamo oltre, rischiamo di andare incontro a seri problemi.

Penso, in definitiva, che il prestare attenzione alla ragionevolezza dei quantitativi sia in sostanza un principio cui sia giusto attenersi un po' in tutti i nostri ambiti di vita. I quantitativi eccessivi, anche di cose di per sé buone, possono essere spesso dannosi e anche seriamente pericolosi. 

A questo proposito negli ultimi decenni tutti noi stiamo facendo l'esperienza di essere sottoposti a un incessante bombardamento pubblicitario, che sperimentiamo quotidianamente, dalla mattina quando apriamo gli occhi sino a sera allorché andiamo a riposare. 

La promozione pubblicitaria di prodotti e servizi è di certo un'attività di grande utilità sociale e riveste un rilievo significativo sul piano economico, tuttavia sono convinto che negli ultimi anni abbia assunto dimensioni di gran lunga eccessive, dannose per noi cittadini, ma a ben vedere anche controproducenti per le stesse attività che la pubblicità si propone di promuovere. Stranamente devo tuttavia constatare che poca o nessuna attenzione viene prestata a questo problema dal dibattito politico, dalla comunicazione sociale, dal mondo della cultura e anche da noi cittadini. La sensazione è che la pubblicità sia da noi avvertita come un dato di fatto indiscusso e indiscutibile, che fa parte naturalmente del paesaggio contemporaneo e non viene in mente pressoché a nessuno di sottolineare l’esigenza di contenerla in ambiti dimensionali fisiologicamente sopportabili dalle persone e dalla convivenza sociale. Sono però convinto che sia giunto, e da un bel po’, il momento di porre il tema all’ordine del giorno di una riflessione sul piano del confronto culturale e politico, anche se l’argomento potrà risultare un po’, indigesto per gli ambienti miopi legati alle lobbies del potere pubblicitario.

 

 

La pubblicità telefonica.

 

Penso che tutti noi quasi ogni giorno riceviamo telefonate, sia sull'apparecchio fisso che sul cellulare, nelle quali ci vengono formulate proposte commerciali. Spesso queste telefonate vengono anche effettuate con messaggi preregistrati in forma automatica. Personalmente ritengo davvero offensivo che si tenti di contattare telefonicamente le persone, non attraverso un contatto gestito da persone, ma mediante forme automatizzate di messaggistica preregistrata. Un colloquio telefonico è per sua natura una comunicazione interpersonale, che richiede per sua natura l’interazione tra due persone. Il tentare di promuovere per via telefonica un prodotto o un servizio, superando la relazione interpersonale che è alla base del colloquio telefonico, lo ritengo offensivo. Tale pratica andrebbe, a mio avviso, esplicitamente e chiaramente vietata.

Nessuna difficoltà invece incontro nel confrontarmi telefonicamente con proposte di fruizione di servizi o di prodotti formulate da persone. L’unico problema è dato dal numero di proposte che vengono formulate. In alcune mattinate il telefono è davvero bollente. Non è mio costume chiudere le conversazioni in maniera scortese, ma spesso il numero di telefonate pubblicitarie ricevute mette seriamente in discussione il tempo disponibile per le ordinarie attività della vita personale.

 

 

Una marea di volantini.

 

Un altro versante problematico della nostra relazione con la pubblicità è rappresentato quotidianamente dal numero di volantini pubblicitari che riceviamo nella nostra cassetta postale o quando ci rechiamo a fare la spesa. Leggere qualche volantino non è un problema, ma trovare molto spesso la cassetta postale piena di volantini e priva di spazio per l’ordinaria corrispondenza è altra cosa. Molto spesso poiché la cassetta è già piena, i volantini vengono solo appoggiati sulla cassetta stessa o lasciati a terra. E allora anche un leggero alito di vento li disperde per strada. Diviene allora necessario raccattarli e porli in una busta, in attesa del giorno settimanale dedicato allo smaltimento della carta. In tale giorno ho la possibilità di verificare nel concreto che la busta ad hoc è per oltre metà occupata da volantini pubblicitari. Vista la quantità eccessiva ho posto sulla cassetta postale un avviso col quale ho chiesto di non recapitarmi pubblicità. Ma tale avviso non ha sortito effetto alcuno, i volantini hanno continuato ad arrivare per cui, alla fine, ho tolto l’avviso. Non sarebbe il caso di prevedere un limite quantitativo alla distribuzione di questi volantini? Ciò avrebbe senza dubbio una ricaduta positiva sul consumo complessivo di carta.

 

 

La promozione in linea.

 

La pubblicità poi non tralascia lo spazio che forse più caratterizza la nostra epoca, cioè l’ambito della comunicazione in linea. La nostra navigazione in rete è pesantemente condizionata dalla presenza pubblicitaria. Sono consapevole che molta della comunicazione in Internet è possibile solo grazie agli introiti pubblicitari, ma credo che anche in tal caso sia giusto non giungere ad eccessi quantitativi, che alla fine, per il fastidio provocato agli utenti, genera atteggiamenti reattivi di rifiuto degli stessi prodotti e servizi reclamizzati. Personalmente ho scelto di evitare la consultazione di siti dove la pubblicità è eccessiva e la sua presenza ridondante danneggia la regolare fruizione dei contenuti offerti e quando è data la possibilità (che, a mio avviso, sarebbe doverosa sempre) di oscurare gli annunci, in genere mi avvalgo di tale facoltà. Nell’uso della comunicazione c.d. social (per es. Facebook) evito il più possibile l’uso e il ricorso agli strumenti promozionali ad essi connessi. In rete tuttavia la pubblicità non risparmia anche quella che è diventata oggi la nostra principale, e forse più importante forma comunicativa, cioè la posta elettronica, che posso affermare senza ragionevole ombra di dubbio, ha di fatto soppiantato la tradizionale comunicazione postale. La posta elettronica oggi, per ciascuno di noi non è un’opzione in più, ma è un riferimento obbligato e necessario (basti solo pensare che quasi tutti noi abbiamo ricevuto la convocazione per il vaccino mediante una mail). Non avere un recapito di posta elettronica, oppure non usarlo o non consultarlo con regolarità, costituisce per tutti noi una grave limitazione nelle ordinarie relazioni sociali e comunicative. Non sono lontano dal vero dicendo che il suo non uso, rasenta l’irraggiungibilità. Però è altrettanto vero che la posta elettronica risulta invasa dalla pubblicità, che per la eccessiva quantità spesso copre o nasconde la messaggistica vera. A parte l’enorme numero di messaggi pubblicitari che vanno quotidianamente ad aggiungersi ai messaggi veri e utili (il loro inserimento tra gli spam, ne limita solo molto parzialmente il quantitativo totale). Un po’ tutte piattaforme di posta elettronica, poi, permettono la lettura dei messaggi solo se affiancata o contornata da messaggi pubblicitari e facciamo così fatica a leggere e a prestare la dovuta attenzione al contenuto del messaggio pervenuto, con il rischio concreto e reale che qualche messaggio importante possa non venir letto.

Personalmente non avrei nulla contro la presenza affiancata di un messaggio pubblicitario, ma spesso siamo costretti a leggere i messaggi in una schermata dove sono contemporaneamente presenti 4-5-6 messaggi promozionali sulle cose più diverse. L’eccesso a mio avviso è sempre dannoso e anche controproducente. Sarebbe pertanto utile l’adozione di misure normative adeguate che tutelino l’uso della posta elettronica dai possibili danni derivanti ai cittadini dall’eccessiva presenza di messaggi pubblicitari nei recapiti di posta elettronica.

 

 

La stampa e la pubblicità.

 

La pubblicità poi tradizionalmente condiziona la stampa periodica e quotidiana. Alcune testate, in particolare tra i periodici, dedicano pagine intere alla pubblicità, tanto che la loro paginazione, se fosse considerata al netto della tara pubblicitaria risulterebbe percentualmente molto inferiore a quella effettiva. Anche in questo caso l’eccesso pubblicitario, oltre ad appesantire la pubblicazione, si traduce in un eccesso di consumo di carta. Personalmente ho l’onore collaborare con una piccola rivista, che però, per precisa scelta editoriale, non fa ricorso alla pubblicità e vive solo ed esclusivamente grazie al sostegno riconosciutole dai propri lettori grazie agli abbonamenti sottoscritti e all’acquisto dei numeri pubblicati. È un’esperienza piccola, ma nella quale crediamo e sinora i nostri lettori ci hanno permesso di operare. I conti non sono in rosso, non possiamo fare lussi, ma andiamo avanti con fiducia. Fare a meno della pubblicità, o, in alternativa, farne poca in una quantità umanamente accettabile è cosa possibile, basta volerlo e crederci.

 

 

E, infine, la pubblicità in tv.

 

E veniamo, infine, veniamo al campo dove la pervasività pubblicitaria si manifesta nella forma, a mio avviso, più pesante e invasiva nella nostra quotidianità, cioè quello della comunicazione televisiva. Nella programmazione televisiva la presenza della pubblicità è ormai pressoché continua. Gli spot interrompono ripetutamente le trasmissioni e messaggi pubblicitari sono presenti nelle stesse trasmissioni e nelle fiction. Personalmente ho scelto di non seguire le cosiddette tv commerciali che ufficialmente dovrebbero reggersi solo sugli introiti derivanti dalla pubblicità. Per la verità sono stato aiutato in questa scelta dal carattere decisamente scadente della loro programmazione. La pubblicità tuttavia in tutte le tv danneggia gravemente sia gli utenti, che sono materialmente bombardati da messaggi, sia la qualità delle trasmissioni, che viene con difficoltà gustata dagli ascoltatori, sia, infine, la stessa finalità promozionale della pubblicità per la generazione di un pesante feedback di rifiuto derivante dall’eccesso comunicativo.

Oltre la quantità eccessiva, nella pubblicità televisiva si registrano anche altre modalità di erogazione che offendono gli ascoltatori.

Numerosi spot vengono ripetuti tantissime volte a poca distanza temporale. Nel corso di una stessa sera ci si ritrova a seguire a più riprese lo stesso identico messaggio promozionale. È vero, come dicevano gli antichi latini “repetita iuvant”, è altrettanto vero, come completiamo noi napoletani in latino maccheronico che “sed… scocciant”. Non sarebbe una cattiva idea quella almeno di limitare le ripetizioni.

È poi ormai abbastanza normale che la tv accompagni i nostri pasti quotidiani. E allora può capitare che mentre si sta gustando un piatto appetitoso, puntualmente arrivi uno spot promozionale di un medicinale lassativo o lenitivo della prostatite, e allora il piacere della tavola va a farsi benedire. Non ci vorrebbe molta capacità programmatoria per evitare la messa in onda nelle ore, abitualmente destinati ai pasti, di pubblicità poco adatte a tali momenti.

La messa in onda di spot pubblicitari si accompagna, pressoché sempre a un consistente e spesso fastidioso aumento dell’audio, che ci costringe a dover ricorrere al telecomando per la conseguente sua regolazione, sia all’inizio che alla fine dell’interruzione pubblicitaria. Non sarebbe, anche in questo caso, preferibile evitare di modificare il livello dell’audio? La cosa per altro avrebbe anche l’effetto di ridurre che il ricorso al telecomando, sia per noi anche l’occasione per una carrellata sulle programmazioni contemporanee di altre emittenti, col risultato di vanificare o almeno spezzettare gli stessi messaggi pubblicitari.

 

 

È necessario che i pubblici poteri intervengano.

 

Personalmente penso che a noi telespettatori debba essere riconosciuto il diritto sacrosanto di poter decidere, di volta in volta, se vedere o meno la pubblicità, e di quale quantità fruirne. Credo che sia un diritto indiscutibile di noi cittadini il poter decidere di poter fruire di messaggi pubblicitari, o di decidere di non fruirne, o ancora di decidere di fruirne nei tempi e nelle quantità volute. Sono pertanto convinto che le istituzioni democratiche debbano affrontare con serietà questo problema e operare affinché venga approntata e approvata una legislazione che superi lo spezzettamento pulviscolare della pubblicità, disponendo la necessità e l’obbligatorietà di concentrarla in modalità tempistiche di erogazione (debitamente programmate e pubblicizzate) che consenta agli ascoltatori di poter scegliere se fruirne o meno. Ciascuno di noi così potrà scegliere se seguire o meno la pubblicità e di seguirne la quantità desiderata e nei propri tempi di gradimento. Non credo che tale provvedimento determinerebbe una fuga dalla fruizione della programmazione pubblicitaria, sarebbe a mio avviso, oltre che un doveroso atto di rispetto per un diritto indiscutibile di noi cittadini, anche una ghiotta occasione per un miglioramento della qualità dei prodotti pubblicitari, decisamente fatta calare a picco dall’eccesso quantitativo. Una maggiore cura della qualità unita a una concentrazione temporale e a una riduzione dell’eccesso quantitativo non mancherà di incidere positivamente sulla potenzialità promozionale e sulla capacità di attrarre telespettatori.

Mi auguro che in un prossimo futuro si possa sperare di poter lasciare la nostra attuale condizione di massa di “dipendenza da spot” per addivenire a una matura e libera opportunità di essere fruitori di una comunicazione promozionale pubblicitaria responsabile e di qualità. Anche la nostra economia ne guadagnerà senza dubbio. Le cose buone vanno gustate nei giusti modi e nella giusta quantità.

 

Vico Equense, lì 29 luglio 2021

Sergio Sbragia

martedì 19 gennaio 2021

Consiglio di “guerra” permanente

Mentre formulo queste riflessioni è in corso nell’aula del Senato il confronto tra le forze politiche per dare o negare la fiducia al governo. Non conosco quindi l’esito della seduta. Ma sono spinto a prendere posizione da notizie di stampa che parlano dell’attivazione da parte dei leaders del centro-destra di una sorta di «consiglio di guerra permanente» per poter porre pienamente a punto tutte le capacità e le iniziative della propria coalizione al fine di scongiurare a Palazzo Madama il riconoscimento della fiducia al governo Conte.

Naturalmente non è mio intendimento porre in discussione la legittimità per le forze politiche di manifestare nel modo più aperto e libero la propria posizione su tutti i temi e su tutte le azioni che riguardano il governo del paese.

Sono però decisamente contrario a che nel dibattito politico di un paese democratico si faccia ricorso, anche in termini solo metaforici, a un linguaggio che usa simboli di guerra e di violenza. La  contrapposizione politica può essere rappresentata efficacemente anche senza richiamare la “guerra”.

Oggi nel mondo in tanti paesi sono in corso conflitti bellici, con i conseguenti carichi di lutti e di rovine. Il solo rispetto per tanta sofferenza dovrebbe indurre a far sì che il confronto democratico sia condotto in forma serrata, ma mettendo al bando anche sul solo piano del linguaggio ogni riferimento alla cultura della guerra e della violenza, tenendo sempre alta la considerazione del valore civile che, per il bene del paese e dei cittadini, è rivestito dalla qualità del dibattito politico.

Tra pochi giorni celebreremo la “giornata della memoria”, il ricordo dei tragici frutti dell’ultimi conflitto mondiale e dell’odio razziale dovrebbe spronare noi tutti a mettere definitivamente in soffitta anche la sola idea di “guerra”.

So benissimo che non era nelle intenzioni di chi ha coniato l’espressione «consiglio di guerra permanente» il dar vita a operazioni militari o violente, e che l’espressione si colloca su un piano di carattere puramente metaforico, ma sarebbe, a mio avviso, del tutto opportuno, porre al bando della comunicazione politica ogni riferimento alla guerra e alla violenza, nonché rifuggire dal genere dell’insulto e dai toni della prepotenza e del bullismo mediatico. Sono i contenuti a definire la distinzione tra le proposte politiche in campo, non l’aggressività mediatica. La concorrenza è auspicabile che venga indirizzata verso il meglio e non verso il peggio.

D'altronde solo qualche settimana fa abbiamo avuto modo di vedere come in America, il ricorso ai toni aggressivi e violenti da parte del presidente Trump, abbia avuto degli esiti (di certo non voluti) di estrema gravità per il sistema democratico statunitense. La cosa è certamente andata ben oltre le intenzioni del presidente Trump, ma nell’attuale epoca di comunicazione globale è necessario essere molto prudenti e attenti a non cedere a derive (anche non volute) di incitamento alla violenza.

La lingua italiana ha una grande ricchezza (quest’anno ricordiamo il grande contributo di Dante) e ci offre un’infinità di modi per esprimere con forza, con chiarezza e con determinazione le nostre idee e le nostre proposte. Evitiamo d’imbarbarire il confronto politico con il linguaggio della violenza e della prepotenza. È una questione di civiltà politica.


Vico Equense, martedì 19 gennaio 2021

Sergio Sbragia

sabato 12 dicembre 2020

“Freedom”, che delusione!

 Grazie a un’anticipazione promozionale ho appreso che ieri sera, nel corso della trasmissione “Freedom” programmata su “Italia uno”, sarebbe andato in onda un servizio dedicato alla presenza di vestigia egizie nella città di Benevento e in alcune località della sua provincia. Incuriosito ho puntualmente seguìto il programma televisivo. Nel suo corso ho avuto l’opportunità di confrontarmi con la presentazione da parte di Roberto Giacobbo di vari elementi d’indubbio interesse.

In primo luogo è stata rilevata la presenza in alcune località non distanti da Benevento (Caiazzo, Montesarchio, Sant’Agata dei Goti e Moiano) di quattro colline a forma piramidale, che sarebbe legittimo intendere come indubbie e antichissime vestigia egizie in area sannita. Ciò sarebbe ulteriormente confermato anche dalla singolare disposizione di queste colline che rivelerebbe una sorprendente simmetria con la costellazione astrale di Orione.

Sono stati poi presentati vari reperti rinvenuti nella città di Benevento (o nelle sue immediate vicinanze) d’indubbia fattura egizia, probabilmente risalenti a un tempio dedicato alla dea Iside, alla quale nel Sannio nell’antichità veniva dedicato un culto ampiamente diffuso. Dopo essere stati utilizzati come materiali di risulta per costruzioni successive, alcuni di questi reperti sono oggi presenti in alcuni punti della città e varie sculture sono oggi esposte nel locale Museo del Sannio. La loro particolarità è quella di non essere opere provenienti dall’Egitto, ma prodotte in loco.

È stata poi sottolineata la possibile continuità tra le sacerdotesse di Iside e la tradizione delle streghe di Benevento (le janare), determinata dalla discriminazione del culto della dea egizia prodotta dall’affermazione del cristianesimo.

Infine è stata fatta un’illustrazione del sito mefitico di Rocca San Felice, in provincia di Avellino, ma vicino a Benevento, dove si trova un piccolo lago di origine solfurea, noto anche a Virgilio e tradizionalmente considerato come un accesso all’inferno.

Si tratta, a dire il vero, di aspetti tutti di grande interesse, ma ciò che mi ha sorpreso è che, fatta eccezione per il sito di Rocca San Felice (al quale è stata dedicata una presentazione attenta e dettagliata), la trattazione dei primi tre aspetti è stata a mio avviso molto superficiale e sintetica.

La presentazione ha evitato di scendere nei particolari. Anche le interviste di alcuni esperti sono state brevissime e agli interlocutori chiamati in causa non è stato lasciato il tempo utile, non dico per approfondire, ma almeno per illustrare sia pur brevemente le ipotesi proposte dalla trasmissione.

Visto l’interesse degli argomenti, mi sarei francamente aspettato di più, almeno un maggiore dettaglio. Mi ha sorpreso poi che, a fronte della sinteticità dei contenuti, la trasmissione si sia dilungata più volte nell’anticipare ripetutamente i contenuti dei servizi previsti successivamente, nonostante fossero già stati posti in evidenza a inizio del programma.

All’interno del servizio è stato anche proposto un inserto dedicato all’esposizione di un vaso (definito “il più bello del mondo”) restituito da una lunga e approfondita indagine di polizia al patrimonio artistico e culturale del nostro paese. La visione del vaso, davvero molto bello, mi ha dato tuttavia l’impressione di trovarmi dinanzi a una manifattura di stampo ellenico e non egizio. Posso sbagliare, ma le immagini che ho visto mi indirizzano più verso la Grecia, che verso l’Egitto. Nel caso questa mia impressione dovesse corrispondere al vero, mi chiedo cosa possa giustificare l’inserzione di questo riferimento in un servizio dedicato alle vestigia egizie a Benevento, senza nemmeno una precisazione circa l’eventuale manifattura in stile ellenico del reperto. Infine nella messa in onda delle immagini, circa il luogo di esposizione del vaso, si parla genericamente di un museo, ma non si precisa se si tratta del Museo del Sannio di Benevento o del Museo Archeologico di Montesarchio. Sarebbe stato sufficiente solo aggiungere qualche parola.

Francamente mi aspettavo di più! Penso che gli argomenti non vadano solo accennati, ma che almeno vengano presentati con una certa organicità e con un sufficiente corredo informativo di base. Che delusione! Eppure alcuni anni fa ho avuto modo di ascoltare di persona Roberto Giacobbo in una conferenza tenuta presso la Biblioteca comunale di Sala Consilina (Sa) dove ci arricchì con un contributo di alta qualità.

 

Vico Equense, sabato 12 dicembre 2020

Sergio Sbragia

domenica 4 ottobre 2020

Una sola vigna del Signore

 


Oggi (4 ottobre 2020) la liturgia domenicale della Parola ci ha proposto, dal Vangelo di Matteo (21,33-43), la parabola della vigna, nella quale il padrone di una vigna, ben impiantata e curata, viene ingannato dagli affittuari ai quali l’aveva affidata. I suoi rappresentanti, inviati presso di essi a tempo debito per riscuotere la dovuta quota di raccolto, vennero trattati con durezza («uno lo bastonarono, un altro lo uccisero, un altro lo lapidarono» e ad altri, inviati dopo, venne riservata la stessa sorte). Infine il padrone inviò suo figlio, presumendo che venisse rispettato. E invece gli affittuari, pensando di avere in mano l’erede e di poter così puntare a divenire essi stesi padroni, pensarono bene di ucciderlo. Interrogati da Gesù, i capi dei sacerdoti e gli anziani del popolo riconoscono che il padrone toglierà la vigna dalle mani degli affittuari infedeli e la affiderà ad altri contadini. Gesù allora esplicita con chiarezza l’insegnamento della parabola, l’affidamento della vigna non è un titolo onorifico o un privilegio, ma un impegno. Anche essere popolo di Dio non un’appartenenza rassicurante, ma una responsabilità. Se non si è fedeli in questa scelta «a voi sarà tolto il regno di Dio e sarà dato a un popolo che ne produca i frutti».

 

In quel tempo, Gesù disse ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo:
«Ascoltate un’altra parabola: c’era un uomo, che possedeva un terreno e vi piantò una vigna. La circondò con una siepe, vi scavò una buca per il torchio e costruì una torre. La diede in affitto a dei contadini e se ne andò lontano.
Quando arrivò il tempo di raccogliere i frutti, mandò i suoi servi dai contadini a ritirare il raccolto. Ma i contadini presero i servi e uno lo bastonarono, un altro lo uccisero, un altro lo lapidarono. Mandò di nuovo altri servi, più numerosi dei primi, ma li trattarono allo stesso modo.

Da ultimo mandò loro il proprio figlio dicendo: “Avranno rispetto per mio figlio!”. Ma i contadini, visto il figlio, dissero tra loro: “Costui è l’erede. Su, uccidiamolo e avremo noi la sua eredità!”. Lo presero, lo cacciarono fuori dalla vigna e lo uccisero.

Quando verrà dunque il padrone della vigna, che cosa farà a quei contadini?».
Gli risposero: «Quei malvagi, li farà morire miseramente e darà in affitto la vigna ad altri contadini, che gli consegneranno i frutti a suo tempo».
E Gesù disse loro: «Non avete mai letto nelle Scritture:

“La pietra che i costruttori hanno scartato

è diventata la pietra d’angolo;

questo è stato fatto dal Signore

ed è una meraviglia ai nostri occhi”?

Perciò io vi dico: a voi sarà tolto il regno di Dio e sarà dato a un popolo che ne produca i frutti».

 

In questo testo, a ben vedere, sono presenti due dimensioni entrambe inerenti alla fedeltà alla volontà del Signore, quella personale e quella comunitaria di “popolo di Dio”. L’immagine biblica della “vigna” è infatti comunemente intesa come un simbolo del “popolo di Dio” e, per estensione, della chiesa. L’immagine della vigna d’altronde è stata oggi riproposta anche dalla prima lettura (Is. 5,1-7) e dal salmo responsoriale (Sal. 80 [79]).

Nella lettura di questo testo oggi, tuttavia, siamo chiamati dalla responsabilità storica, a fare la massima attenzione. Per secoli in questa pagina del Vangelo noi cristiani abbiamo ritenuto di trovare il fondamento di un’operazione teologica di sostituzione: all’Israele “popolo di Dio” nel Primo testamento è subentrato il “nuovo popolo di Dio”, il “nuovo Israele” del Secondo testamento, cioè la Chiesa cristiana. Dal mancato riconoscimento di Gesù quale Figlio di Dio abbiamo fatto derivare il rifiuto da parte di Dio del popolo ebraico, ritenuto per secoli una “massa dannata”. Questo brano evangelico è stato per lungo tempo uno dei testi centrali sui quali si è fondata la polemica antiebraica di noi cristiani, contribuendo in maniere cospicua alla concretizzazione delle tragedie dell’antisemitismo che hanno infangato la storia umana.

In realtà l’idea della “vigna” come immagine del “popolo di Dio” non è una novità del Vangelo, ma era ampiamente presente nella Scrittura ebraica, come dimostrano gli altri testi della liturgia della Parola di oggi (Is. 5,1-7; Sal. 80 [79]). Da essi possiamo comprendere come gli ebrei fossero pienamente consapevoli della loro responsabilità di essere autenticamente “vigna del Signore”, un impegno a cui siamo chiamati anche noi cristiani come Chiesa, ad essere autenticamente “popolo di Dio” nella storia, a saper riconoscere in ogni epoca i “segni dei tempi”, e a saper fare la sua volontà in forma creativa, senza restare legati come fossili anchilosati a forme che possono non essere più rispondenti al loro scopo di onorare Dio e servire il prossimo. Probabilmente, se guardiamo alla storia e anche a molte vicende contemporanee, possiamo pensare che molto spesso noi cristiani non siamo stati e non siamo la vera vigna del Signore.

In realtà Gesù di Nàzareth era un giudeo del suo tempo, viveva in pienezza la religiosità giudaica, ne riconosceva l’autenticità, si opponeva all’osservanza meramente esteriore della precettistica. Era molto critico nei confronti dei farisei, dei sadducei, degli scribi, dei sacerdoti e degli anziani del popolo, ma non di rado riconosceva in essi anche comportamenti e prese di posizione che non esitava a indicare come positive ("Non sei lontano dal regno di Dio" – Mc. 12,34).

Allo stesso tempo non tutti gli ebrei, pur non riconoscendolo come “Figlio di Dio”, avevano una visione negativa di Gesù, molti erano ammirati per i segni che compiva, altri lo consideravano un maestro, altri ancora un profeta.

L’apostolo Paolo, che si sentiva sia pienamente discepolo di Gesù sia pienamente ebreo, viveva con drammaticità questa duplice appartenenza, come ci ha magistralmente mostrato nella sua “Lettera ai Romani”, dove ha sottolineato come gli Israeliti abbiano «l'adozione a figli, la gloria, le alleanze, la legislazione, il culto, le promesse» (Rm. 9,4).

E allora credo che sia necessario prendere sul serio l’insegnamento di Gesù, che è comune a cristiani ed ebrei: «"Qual è il primo di tutti i comandamenti?". Gesù rispose: "Il primo è: ‘Ascolta, Israele! Il Signore nostro Dio è l'unico Signore; amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore e con tutta la tua anima, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza’. Il secondo è questo: ‘Amerai il tuo prossimo come te stesso’. Non c'è altro comandamento più grande di questi"» (Mc. 12,28-33). È ora di superare l’idea di una staffetta, nella quale a un arcaico popolo di Dio ne subentri uno nuovo, per maturare invece una più autentica comprensione di essere pienamente e degnamente “una sola vigna del Signore” sia pur nella bellezza di una pluralità e diversità dei sentieri percorsi, chi impegnandosi sull’esempio di Abramo, Mosè e dei Profeti, chi seguendo il messaggio di Gesù di Nàzareth, “figlio di Dio”. Semmai imparando gli uni dagli altri. La storia ci mostra tanti esempi di amore di Dio e di servizio agli altri nell’una e nell’altra tradizione. Facciamo fruttificare questi incommensurabili tesori.

giovedì 1 ottobre 2020

Il tronfio imperatore d’Occidente bacchetta il successore di Pietro

 


Purtroppo la cultura dell’arroganza politica sta diventando abituale in Occidente. Già ho avuto modo di esprimere la mia personale valutazione negativa delle dichiarazioni rilasciate nei giorni scorsi dal segretario di stato USA, Mark Pompeo, con le quali ha invitato papa Francesco a non rinnovare l’accordo la Cina sulle modalità di nomina dei vescovi in quel paese. L’amministrazione Trump da un lato si erge, sia pur strumentalmente a fini elettoralistici, a paladina del valore della libertà religiosa e, allo stesso tempo, compie una pressione indebita sul libero e autonomo esercizio dell’attività spirituale della Chiesa cattolica, nel delineare la propria attività evangelizzatrice che ha proprio la finalità di garantire ai cattolici cinesi la libera professione della fede. La Santa Sede oggi sa far riferimento al consiglio evangelico di “essere semplici come le colombe e prudenti come i serpenti” e non mancherà di chiedere al Signore il sostegno necessario e il giusto discernimento nel non facile confronto con i governanti cinesi, ma di certo non ha alcun bisogno dei consigli “interessati” di una superpotenza internazionale, che negli ultimi anni si è posta in aperta contrapposizione con la Cina, e appare stranamente interessata a ricostruire un clima da guerra fredda.

Per comprendere meglio questa vicenda può essere utile prendere in considerazione la grande lezione che alcuni secoli fa ci ha mostrato il grande gesuita Matteo Ricci, che, per portare il Vangelo in Cina, di farsi “cinese con i cinesi”.

Dinanzi al problema di creare un ponte tra due culture, quella cinese e quella europea, così reciprocamente estranee, Matteo Ricci evidenziò come la filosofia greca fosse quella più vicina al confucianesimo e fosse perciò in grado di aprire le porte del continente asiatico. Per questo motivo Matteo Ricci assunse il nome cinese di “Li Ma Dou”, dove “Li” sta per l’iniziale del cognome “Ri”, e “Ma Dou” come il suono più vicino al nome “Matteo”. Non solo, iniziò a vestirsi come un cinese, indossando la tunica al posto della veste; si lasciò crescere barba e capelli; scelse di farsi chiamare “letterato” e non “sacerdote”, onde non essere confuso con un monaco buddhista. Nel corso di un dibattito con alcuni letterati confuciani, sostenne che il culto cinese degli antenati potesse senz’altro essere accolto e integrato nella pratica religiosa cristiana.

Ai cinesi, e in particolare ai letterati e alle persone colte, piacque la visione cristiana di Confucio da lui espressa.

Un segno dell’apprezzamento nei suoi riguardi fu dato dal consenso imperiale alla sua sepoltura nella città di Pechino, cosa ordinariamente negata agli stranieri che avevano la sorte di morire in quella città; consenso motivato esplicitamente dal riconoscimento ufficiale che, sin dall’antichità non si era mai visto un solo straniero con la virtù, la scienza e l’amore per i cinesi, che aveva mostrato Matteo Ricci.

La sua personalità ha fornito un grande apporto al dialogo e alla reciproca comprensione tra Cina ed Europa. Grazie alla sua preparazione fu il principale artefice dell’introduzione in Cina della matematica e della geometria occidentali. Ebbe modo anche di presentare le acquisizioni del Rinascimento nei campi della geografia, della cartografia e dell’astronomia. D’altro canto, con i suoi scritti fornì all’Europa una conoscenza precisa e ampia della cultura cinese, per cui può a buona ragione essere indicato come il fondatore della moderna sinologia.

Risulta quindi davvero interessante cercare di comprendere come Ricci abbia aperto la strada alla lettura del Vangelo in cinese. Non si è trattato semplicemente di tradurre un testo, ma di “riesprimere il Vangelo” attraverso le categorie simboliche di quella cultura.

La grande intuizione di Matteo Ricci è stata quella d’impegnarsi per avere la capacità di esprimere in cinese la propria esperienza di fede e di comprensione del messaggio evangelico, ponendosi così nelle condizioni di riconoscere significati e sensi che un occidentale non è capace di “leggere e scrivere”, perché non riconoscibili nelle coordinate interpretative della cultura di provenienza. Con lo sguardo di chi scrive con gli ideogrammi, si possono vedere e comprendere cose nuove, si possono riconoscere sfumature e sensi complementari a quelli intuiti dalle culture alfabetiche occidentali. Ogni cultura che accoglie il messaggio evangelico lo comprende, lo vive e lo annuncia in una forma, diversa rispetto alle altre, ma altrettanto vera. Grazie a Ricci si iniziò a pensare che i cristiani cinesi, leggendo le Scritture con i propri occhi e entro le coordinate della loro cultura, avrebbero potuto comunicare a noi occidentali quello che con i nostri non siamo in grado di distinguere. Una comprensione sempre più piena del messaggio evangelico costituisce, in definitiva, un arricchimento per tutti.

A guardar bene, la lezione di Matteo Ricci travalica i confini di una comprensione limitata alla sfera religiosa, ma si propone come una metodologia utile, e forse unica, in un pianeta come il nostro, che sta divenendo sempre più piccolo. Le culture presenti sulla terra, quella occidentale, quelle orientali, quella del vicino oriente, quelle del sud del mondo, non possono più vivere isolate le une dalle altre in àmbiti territoriali propri e impermeabili alle influenze esterne, ma sono destinate a un’integrazione sempre più decisa, stante il processo di universalizzazione dei rapporti in cui ormai da tempo siamo stati progressivamente tutti coinvolti. In una realtà come quella odierna, che tutti riconosciamo come globalizzata, il costruire muri e lo stabilire confini è una scelta miope e perdente. Invece tutte le culture, nessuna esclusa, hanno ricchezze proprie da donare a tutti, il confronto e il dialogo amichevole sono la via maestra per crescere tutti in positivo. L’intestardirsi immaturamente nella ricerca di riservare a sé il controllo di materie prime, di sistemi di armamento, delle forme di comunicazione globale, significa porre in serio pericolo il futuro del pianeta e dell’intera umanità, rendendo insolubili problemi gravissimi che vanno affrontati assieme in uno spirito di concordia e di cooperazione, quali la sconfitta della povertà estrema di una gran parte dell’umanità, la cessazione di numerosissimi conflitti armati in corso a macchia di leopardo in tutti i continenti, la conduzione di un contrasto efficace e non rinviabile ai mutamenti climatici. Naturalmente non ignoro e non sottovaluto le difficoltà che sono disseminate sul sentiero che conduce verso queste mete. Ma l’arroganza politica di certo è un elemento che rema in senso contrario e conduce alla rovina e alla sconfitta dell’intera umanità. Il confronto e l’arricchimento reciproco delle culture è la condizione per garantire il futuro del pianeta. In tutte le tradizioni religiose da decenni sono maturati e si stanno esprimendo sempre con maggiore convinzione fermenti e orientamenti ispirati alla fraternità universale. Facciamoli nostri e diamo il nostro contributo alla loro promozione e affermazione.