domenica 8 settembre 2013

Un grave problema di “cultura” democratica.

Ritengo di non fare un’affermazione nuova sostenendo che nel nostro paese ci troviamo alle prese con un grande problema di “cultura” democratica. Quando parlo di “cultura” non mi riferisco a un dato intellettuale e di conoscenza ma alla nostra concreta e quotidiana pratica di vita. E il problema non si esaurisce nel, pur gravissimo, “affaire Berlusconi”, anche se questo ne è forse la più grave e patologica manifestazione.

In questi giorni gran parte della scena politica è “occupata”, non dal dibattito, ma dalla rissa intorno alla legittimità o meno di un eventuale provvedimento di decadenza del mandato parlamentare del Sig. Berlusconi. Questo è uno scenario che, in un contesto democratico, non dovrebbe essere oggetto della benché minima discussione. Eppure, occupa quotidianamente, ampio spazio della comunicazione pubblica.

Sono convinto che “democrazia” comporti l’eguale coinvolgimento di tutti i cittadini nell’attenzione alla “cosa pubblica” e, sono altrettanto convinto, che sta ai cittadini costruire quegli spazî necessarî di consenso per scegliere responsabilmente e legittimamente le linee di tendenza di fondo della politica nazionale.

Per fare ciò sono, a mio avviso, necessarie tre cose di base:

1. una chiara e consapevole distinzione tra le tre sfere, quella della persona, quella della parte politica e quella delle responsabilità istituzionali nella conduzione della “cosa pubblica”;

2. la consapevolezza che in una società aperta e complessa, quale quella occidentale dei nostri giorni, è quantomeno utopico pensare di raccogliere intorno a un programma politico articolato e definito un consenso di ampiezza tale da poter conseguire, in una competizione elettorale, la maggioranza;

3. la centralità rappresentata nel dibattito politico da una comunicazione fondata sull’autenticità dei contenuti.

Cercherò di esporre brevemente il mio personale pensiero su questi tre punti, premettendo, per dovuta chiarezza e rispetto nei confronti di quanti vorranno onorarmi della propria attenzione, che il mio orientamento politico è di sinistra democratica e pluralista e che sono un elettore e un sostenitore del Partito democratico, rispetto al quale non ho condiviso la scelta di dar vita al governo delle “larghe intese”, anche se sono convinto che un partito è una realtà plurale, al cui interno sono presenti con ragione più identità e che non necessariamente le scelte generali debbano sempre e comunque coincidere con quelle da me sostenute.

Ma veniamo ai tre punti in questione:

Una cultura della distinzione. A prima vista può sembrare una questione formalistica, ma mi permetto di sottolineare con forza che non è così. Le scelte personali, gli itinerarî di vita, gli interessi legittimi delle singole persone sono un àmbito al quale va riconosciuto il massimo rispetto sul terreno della comunicazione pubblica e anche la più piena tutela sul piano istituzionale e legale. Ma è altrettanto doveroso, per ciascuno di noi, non invadere con le nostre aspirazioni personali il dibattito politico e il lavoro degli organi deputati alla cura della “cosa pubblica”. Allora, ma qui naturalmente dovrei sfiorare l’ovvietà, risulta quantomeno incomprensibile che un personaggio politico, per proprie vicende personali di natura giudiziaria, scelga di difendersi non in tribunale ma in Parlamento, giungendo a minacciare la caduta del governo se non gli viene garantita una sorta d’immunità dal rispetto della legge, che finirebbe così de facto e de iure, per essere “non uguale per tutti”. Eppure il programma di governo liberamente sottoscritto e condiviso dalle parti contraenti non fa alcun riferimento alla questione (è sufficiente una lettura del programma per rendersene conto). Sorprende che si faccia polemica su un tema, per altro estraneo alla vita politica, che non è compreso nei programmi di governo.

Ma qui viene in gioco il problema della cultura della distinzione, quella cultura che si esprime nel profondo rispetto che le singole persone devono nutrire per la propria parte politica e, a maggior ragione, per le istituzioni pubbliche. È questo un problema che riguarda trasversalmente, sia pur in forma differenziata, tutte le forze politiche. Assistiamo infatti a una doppia invadenza: quella delle singole personalità nei confronti sia della propria parte politica sia delle istituzioni, e un’altra condotta dagli schieramenti contro la cosa pubblica.

È fuor di dubbio che il dovuto rispetto alla cosa pubblica imponga, da parte di chicchessia, che nel momento in cui una singola personalità dovesse percepire di essere d’imbarazzo per le sorti del Paese e, in subordine, per la propria parte politica sarebbe una scelta saggia e doverosa quella di lasciare il campo, favorendo l’individuazione di soluzioni alternative. La capacità e la lungimiranza di saper far un passo indietro per il bene del paese alla fine tradurrebbe in un vantaggio sul piano del prestigio personale e politico per la persona stessa.

Sono convinto che un leader o un segretario politico debbano essere al servizio del proprio partito e non configurarsi come il “padrone” del proprio schieramento politico. Lo stesso vale per i singoli partiti: sono essi a dover servire le istituzioni e il Paese e non il contrario.

Allora, a mio parere, sono del tutto fuori luogo degli usi che negli ultimi anni si sono diffusi nei comportamenti delle forze politiche. Faccio solo alcuni esempî. Nelle scorse settimane, per esempio, ha riscosso molta attenzione dai mass media un vertice del Pdl che si è svolto nella dimora privata del Sig. Berlusconi. Ritengo che sia una buona pratica (e non un fatto meramente formale) che le attività di un partito si svolgano in sedi proprie e non a casa del leader. Una parte politica è una cosa diversa che va oltre la persona del proprio leader. È doveroso nutrire un profondo rispetto per le attività di partito ed è bene che queste, a loro volta, non invadano la sfera privata e personale del leader stesso. In questa logica trovo, per altro, lesiva di questo principio anche la moda di personalizzare i simboli elettorali, penso ai varî rifermenti a singoli leader politici che abbiamo incontrato tra i simboli in lizza all’ultima tornata elettorale (Monti, Ingroia, Vendola, ecc.).

Quanto all’invadenza delle parti politiche sulla cosa pubblica, questa si manifesta addirittura nella stesse scelte che vengono operate nel denominare i singoli movimenti politici. Si sceglie con la massima disinvoltura d’inserire nel nome della propria parte politica riferimenti al “popolo”, alla “libertà”, all’“Italia”, alla “democrazia”, alla “responsabilità civica”, dimenticando che questi sono valori condivisi e patrimonio comune di tutti. Appropriarsene, mediante l’inserimento nella propria denominazione, è, per un verso, una mancanza di rispetto verso i cittadini, ma anche il segno di una sostanziale incapacità di meglio definire la piattaforma ideale intorno a cui la parte politica si è venuta aggregando. Testimonianza di una tale difficoltà è, per altro, anche l’uso di denominazioni fantasia, quali quelle, per esempio, che evocano una mera allusione alle “stelle”, e che esulano nel modo più assoluto dal dare indicazioni intorno alle ragioni ideali che hanno presieduto alla loro aggregazione. Sarebbe auspicabile che le denominazioni dei partiti esprimessero la sintesi delle ragioni ideali che presiedono alla loro aggregazione e che segnano la differenza e la peculiarità dei loro connotati ideali. Sono, legittimamente, partes, e, dunque, non possono essere tutto.

E che dire, poi, degli incarichi di governo a part-time? Oggi, in effetti, abbiamo un ministro degli interni a part-time. Il Sig. Angelino Alfano è contemporaneamente leader di partito e responsabile del dicastero forse più delicato. L’Italia, a mio avviso, ha diritto a un titolare del Viminale a tempo pieno e lo stesso Pdl ha diritto a un segretario politico, che non debba barcamenarsi anche con i mille impegni del dicastero presieduto. La recente vicenda delle relazioni con il Kazakistan e della connessa e gravissima offesa ai diritti umani insegna molte cose in proposito. Come direbbe il caro e compianto Michele Lubrano, una domanda mi sorge spontanea: “ma nel Pdl mancano personalità con il carisma e le capacità necessarie per guidare il partito?”.

Probabilmente un più sentito senso del limite nel comprendere quello che è sacra sfera personale, quello che è legittima pratica delle singole parti politiche e quello che invece è peculiare del ruolo istituzionale della cosa pubblica, sarebbe già una conquista ai fini di un più corretto e concreto confronto politico. E la cosa, ci tengo a ribadirlo, non riguarda solo il Pdl, ma un po’ tutte le forze politiche, anche lo stesso Pd (che pur incontra il mio personale sostegno). L’aspirazione, per esempio, di Matteo Renzi (che, per altro stimo) a sommare nella propria persona la funzione di sindaco di una grande città e quella di segretario del partito è segno anch’essa di un preoccupante deficit di rispetto per la città e per il partito. La libera adozione nella quotidiana e concreta pratica politica di un codice di comportamento rispettoso delle diverse sfere (personale, di parte e pubblica) si tradurrebbe, senza dubbio, in un beneficio per l’Italia e produrrebbe una sprovincializzazione e una crescita qualitativa del dibattito politico.

La complessità sociale. Il grande accrescimento delle possibilità di un autonomo e personale accesso all’informazione e alla conoscenza e alla conseguente opportunità di costruire personalizzati itinerarî di elaborazione e di proposta ha reso le nostre società, anche quella italiana, dei contesti culturalmente ricchi e variegati. Le identità culturali e politiche si sono moltiplicate, si sono differenziate e si sono anche contaminate. Appare pertanto, oggi, quanto mai irrealistico pensare che una singola forza politica, espressione di una specifica cultura e identità politica, possa conseguire grazie a un programma politico definito e articolato (espressione della propria visione ideale della vita pubblica) i consensi necessarî per poter governare il paese in forma monoprogrammatica. È la complessità stessa delle società odierne a impedire una tale evenienza. Là dove si dovesse verificare un successo elettorale, per cui una singola forza politica vada oltre il 50%, a mio parere, la cosa stessa sarebbe un forte indizio di una grave alterazione delle condizioni di agibilità democratica (e occorrerebbe comprenderne le cause). Né valgono le scorciatoie delle leggi elettorali che tentano artificiosamente cercano di esorcizzare la pluralità, che in nome del moloch della governabilità (per altro, mai conseguita), distribuiscono premi di maggioranza e determinano una pericolosa dicotomia tra la composizione delle aule parlamentari e l’articolazione culturale del paese, per cui alcune forze, pur significativamente presenti nel paese, sono del tutto assenti dal Parlamento e altre, pur essendo presenti in esso, vi risultano di gran lunga sotto rappresentate. Lo confesso, io sono un convinto sostenitore del proporzionale. Ritengo che il Parlamento debba, il più possibile, riprodurre fedelmente la ricchezza dell’articolazione politica e culturale presente nel paese. E nel Parlamento le singole identità hanno il dovere di fare “politica”, di rimboccarsi le maniche per cercare intese “alte”, individuando, attraverso una quotidiana pratica del dialogo, i denominatori comuni, rifuggendo dall’idea infantile di essere gli unici titolari delle giuste ricette di cambiamento. Non significa “fare politica” lo sbandierare striscioni in Parlamento (questo va bene ed è auspicabile avvenga sempre nelle piazze), né trasformare l’aula di Montecitorio nella curva di uno stadio, né gridare un giorno sì e l’altro pure “alle urne, alle urne!”. È necessario essere consapevoli che i cittadini sono andati alle urne solo alcuni mesi fa e si sono espressi, determinando l’attuale Parlamento. È un risultato che non mi piace, conseguito, per altro, con una legge elettorale molto, molto discutibile, ma è il risultato determinato dai cittadini, che abbiamo il dovere di rispettare. Un risultato al quale, quanti siedono in Parlamento, hanno il “dovere” di assicurare una sintesi di governo. È un dovere costituzionale ineludibile, e la Costituzione si afferma e si difende con la pratica politica del dialogo e dell’impegno, che è cosa molto diversa dal deresponsabilizzante e teatrale sbandierare striscioni. Oggi, in Parlamento, è possibile un governo diverso da quello delle “larghe intese”, basta volerlo sul serio impegnandosi in un dialogo concreto, senza infantili fughe dall’impegno del rimboccarsi le maniche, nella speranza di lucrare facili, quanto transeunti, vantaggî elettoralistici, beninteso a scapito dei cittadini.

Autenticità della comunicazione e dei contenuti. Anche questo è un aspetto non secondario, anzi di primaria importanza. La partecipazione alla vita politica da parte dei cittadini non può prescindere da una correttezza comunicativa da parte delle forze politiche e di quanti nella politica sono impegnati in primo piano. E invece assistiamo a uno spettacolo, a dir la verità, un po’ penoso dove in forma addirittura dilettantesca ci si diverte a manipolare e distorcere i fatti e a non rendere ragione pubblica delle evoluzioni delle posizioni politiche.

E così abbiamo chi si presenta come oggetto di persecuzioni e vessazioni, senza avere il minimo rispetto per chi di persecuzioni e vessazioni è stato o è tutt’ora vittima per davvero. Senza rendersi, per altro, conto che un tale status di “perseguitato” potrebbe, addirittura, essere invidiato da molti per la non modica quota di potere che un tal “perseguitato” detiene. Una persecuzione che agli occhî di tanti potrebbe senza dubbio apparire un attraente privilegio.

Qualche altro, dalla sera alla mattina, da personaggio di primo piano di una forza politica all’improvviso cambia partito, al quale aderisce non quale semplice cittadino, ma assurge contemporaneamente a un incarico di rilievo, scavalcando semmai molti che in quel partito sono impegnati da anni. È certo legittimo cambiare idea, ma sarebbe doveroso, per quanti hanno un ruolo pubblico, fornire ai cittadini le ragioni di una tale scelta.

Ma non sono solo le singole persone a sfuggire al dovere di autenticità nella comunicazione e nei contenuti. In questi ultimi anni abbiamo assistito più volte all’assunzione di posizioni politiche in contrasto con precedenti posizioni espresse e sostenute dalla stessa forza politica. È il caso, per citare solo l’esempio più recente, della vicenda relativa all’Imu. In pratica abbiamo assistito all’orchestrazione di una potente iniziativa politica e mediatica contro tale imposta sugli immobili (in sé anche discutibile), senza fare il benché minimo accenno al fatto (del tutto verificabile) che la stessa imposta è stata introdotta nel nostro sistema fiscale anche grazie all’iniziativa e al voto decisivo della stessa forza politica. Anche qui vale quanto è evidenziato in precedenza: ritengo legittimo che una forza politica rifletta sulle scelte fatte in precedenza e riconosca di aver sbagliato, ma sarebbe giusto rendere pubbliche le ragioni e le valutazioni che hanno presieduto a tali evoluzioni.

E ancora, mi sembra giusto segnalare come risulti poi particolarmente sgradevole la vecchia e, purtroppo, tutt’ora diffusa della pratica dei “franchi tiratori”. La vicenda che alcuni mesi fa ha visto circa un centinaio di parlamentari del Pd comportarsi, nel segreto dell’urna, in maniera opposta a quella dichiarata pubblicamente. Come ho già detto prima, da sostenitore del Pd, sono convinto che il carattere plurale del Partito sia una grande qualità, che lo distingue da altre formazioni politiche a conduzione monarchica. Il pluralismo, la convivenza nella stessa formazione di più identità impone una grande pratica del confronto interno, ma richiede a tutti una grande trasparenza e chiarezza nelle posizioni, che devono essere chiare e pubbliche. La meschinità di sotterfugî, giochetti sotto banco e sgambetti dovrebbe essere qualcosa di totalmente estraneo alla vita politica.


Le considerazioni, che ho fin qui condotto, sono in realtà delle ovvietà. Purtroppo però i comportamenti che ho descritto sono molto diffusi e rimuoverli dalla corrente pratica politica non è e non sarà per niente facile. Ma sono anche convinto che, se in ogni schieramento ci dovessero essere persone capaci di assumere, con dignità e liberamente, un impegno serio sui tre punti sui quali ho espresso le mie valutazioni, la vita politica del paese potrebbe sortire un indubbio influsso benefico.

Vico Equense, domenica 8 settembre 2013.

martedì 27 agosto 2013

Eppure la Storia (era) Maestra di vita.



Venti di guerra stanno di nuovo imperversando con violenza sul Mediterraneo. I più recenti sviluppi della tragica crisi siriana (a lungo colpevolmente ignorata dai mass media, ma anche dalle cancellerie dei potenti del mondo), culminati con il più che probabile uso di armi chimiche e, per di più, contro la popolazione civile, hanno innescato la ricerca spasmodica di una soluzione “rapida” ed “efficace”. E sùbito il complesso militare industriale occidentale fa circolare lo spot promozionale del proprio prodotto capace di risolvere rapidamente la “grana Assad”: un intervento militare per schiacciare il regime siriano e “aprire le porte alla democrazia”. La guerra presentata come un prodotto “panacea per tutti i mali”. Purtroppo di fronte ai problemi, anziché far appello alla ragione e alle risorse più nobili dell’animo umano, si cerca sempre la soluzione “scorciatoia”, quella che con la forza calpesta i problemi, anziché risolverli.

Eppure una sguardo alla storia, sia quella recente e sia quella meno recente, dovrebbe renderci più che accorti sull’effettiva utilità dello strumento “guerra” e farci percepire pienamente l’illusorietà delle sue pretese “risolutorie”, tanto nel breve periodo dell’impatto mediatico-emozionale, quanto sul tempo medio della politica, quanto ancora sui tempi lunghi della storia.

Le dolorose esperienze dell’Iraq, dell’Afghanistan, della Libia manifestano con tutta chiarezza come i problemi che si pretendeva risolvere “manu militari” sono ancora tutti là sul campo, semmai aggravati. E di progresso della democrazia in quei paesi, manco a parlarne. Risulta poi sorprendente che dopo oltre mezzo secolo, non sia stata ancora metabolizzata la tragedia dell’“avventura vietnamita” e ancora la società civile statunitense non sia stata in grado di produrre i necessarî anticorpi culturali all’ideologia della guerra come “farmaco antibiotico a largo spettro”. E che dire poi dell’immancabile ritornello pubblicitario, tanto per far digerire la pillola amara alla pubblica opinione, che sciorina la previsione “certa” di un “intervento militare lampo”, che in quattro ‘e quattr’otto sgombrerà il campo dal problema, per poi poter tornare con calma all’occupazione quotidiana ordinaria di come “succhiare il sangue” ai poveri e ai lavoratori.

È sorprendente poi constatare anche un altro strano fenomeno. Quando s’inizia a parlare di guerra, finiscono, come per incanto, le preoccupazioni finanziarie. Le risorse che fino a un momento prima non esistevano per il lavoro, le pensioni, la scuola, gli ospedali e la vita civile in genere, miracolosamente si concretizzano e sono disponibili per finanziare le sventure militari. Fondo monetario internazionale, Banca mondiale, Banca centrale europea, Agenzie di rating, tutti concordemente tacciono. Misteri dell’economia!

Eppoi, facciamo attenzione! Non si deve parlare di “guerra”, ma di “intervento militare”. Si ha infatti un certo pudore a chiamare le cose con il loro nome: “GUERRA”. Non è “guerra”, perché il suo intento finale è stabilire la “pace”. Eppure è strano, si fa fatica a crederlo: le bombe lanciate a fin di pace uccidono lo stesso! Gli strateghi militari, a mio parere, hanno poi un diverso criterio di misurazione del tempo. “Guerra lampo”, nella vulgata corrente significa “breve”, nel cifrario militare deve avere con ogni probabilità un altro spessore semantico, sconosciuto ai comuni mortali. Ricordo l’atteggiamento di quasi derisione riservato dai vertici del Pentagono a mons. Pio Laghi, inviato da papa Giovanni Paolo 2°, nel tentativo di scongiurare l’avventura irakena. L’autorevole prelato fu subissato di rassicurazioni sul carattere rapido e poco invasivo delle operazioni, una sorta di effetto bisturi, con poche, pochissime conseguenze collaterali (solo il minimo inevitabile). L’effettivo e successivo decorso dei fatti è, purtroppo, ben noto. D’altronde sappiamo anche che l’illusione della guerra rapida (o lampo) non è nuova. Già Napoleone ne sperimentò rovinosamente l’ingannevolezza nella Campagna di Russia. Nel 20° secolo, non va dimenticato che il principale teorizzatore della “guerra lampo”, fu un certo signore che risponde al nome di Adolf Hitler.

Che l’opzione militare sia, alla prova dei fatti, del tutto inefficace è dimostrato oltre ogni modo anche dalla dolorosissima vicenda israeliano-palestinese. Sul piano strettamente militare, negli ultimi decennî, Israele ha liquidato la “grana” palestinese numerose volte, eppure, puntualmente, dopo ogni vittoria militare, Israele si è trovata di fronte la “Questione Palestinese” aggravata e ingigantita, con, in più, la prospettiva di una sua soluzione politica più lontana sull’orizzonte. La guerra non sostituisce la politica, né risolve i problemi. Sono figlio di un paese che, nel Rinascimento, ha visto il confronto tra la “Pax Viscontea” delle armi e la “Florentina libertas” contraddistinta dal gioco disordinato, e anche rissoso, delle forze presenti nella società civile. Dall’osservazione di quelle vicende, non facili anzi spesso tragiche e contraddittorie, ho maturato tuttavia la convinzione profonda che nessuna illusoria scorciatoia può esonerarci dalla fatica e dall’impegno di riallacciare, ad ogni nuovo sorgere del sole, l’ordito delle relazioni con i nostri vicini. E il nostro pianeta oggi, per gli effetti della globalizzazione, è a tutti gli effetti un minuscolo condominio. Che ha, disperatamente, bisogno di Sapienza Politica, che è cosa ben diversa dal piccolo cabotaggio della governabilità e dalla quotidiana guardianìa dello “spread”.

Da bambino fui molto impressionato dalla cosiddetta “crisi di Cuba”. All’epoca avevo poco meno di 10 anni e seguii la vicenda così come veniva presentata dalla tv, che allora era un oggetto del tutto nuovo in casa mia. Eppure ricordo ancora il conduttore del Telegiornale che, in un’edizione dedicata alla crisi, ebbe a esprimersi più o meno con questa frase: “la flotta americana ha praticamente completato il blocco dell’isola, le navi sovietiche si avvicinano, il messaggio di papa Giovanni 23° riecheggia in tutto il mondo”. Allora, in qualche modo, la politica seppe fare il suo mestiere. Saprà farlo anche oggi? Molto dipende anche da quanto sapremo far riecheggiare vere parole e autentici gesti di pace.

Vico Equense, martedì 27 agosto 2013

Sergio Sbragia

domenica 11 agosto 2013

Grazie Cécile!



Grazie Cécile!


Se si ha l’opportunità di recarsi nel reparto maternità di un nostro ospedale, può capitare di assistere a qualcosa, a dir poco, di autenticamente bizzarro e singolare. È possibile, infatti, essere testimonî dell’evento di due giovani mamme che diano alla luce due bei bimbi. Due bambini nati nello stesso giorno e nello stesso luogo, due motivi di felicità per i loro genitori, che strillano ugualmente la propria gioia di essere nati. Eppure questi due bambini, oggi nel nostro paese, possono vivere una paradossale e ingiustificata condizione di diversità e di discriminazione. Uno viene riconosciuto come cittadino italiano, all’altro tale riconoscimento è negato in nome della diversa nazionalità dei suoi genitori. In tal modo a questo secondo bambino, che in nulla si differenzia dal precedente, si nega l’accesso alla solenne tutela, in tema di uguaglianza, prevista dall’art. 2 della Costituzione, in riferimento a distinzioni di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.
Le norme vigenti che permettono una tale assurdità, per altro palesemente in contrasto con lo spirito e la lettera della Costituzione, sono un classico esempio di diritto personale barbarico. In effetti non sarebbe l’evento (la nascita), né il luogo (il territorio italiano), bensì i requisiti “personali” dei genitori, a determinare la condizione giuridica del neonato. Il tutto in omaggio al “nobile” principio giuridico: “la legge non è uguale per tutti”.
In realtà la negazione del diritto di cittadinanza ai bambini, figlî d’immigrati, che nascono sul territorio italiano, ricorda in qualche modo la vicenda dell’evoluzione delle istituzioni giuridiche nell’Italia della tarda antichità e dell’alto medioevo.
L’antica Roma, veniva definita dai sapienti come mater legum, per aver dato vita al diritto romano, una cultura giuridica di altissimo valore, che ha poi esercitato una profonda influenza su tutte le successive culture giuridiche che si sono venute storicamente determinando. Quest’altissima e nobile scuola giuridica, con le invasioni barbariche, si ritrovò affiancata alle consuetudini germaniche e dovette fare i conti con un diritto del tutto diverso. L’unicità del diritto romano, universalmente valido su tutto il territorio dell’impero, ebbe fine. Nel tempo si venne ad affermare un sistema variegato di fonti giuridiche, al cui interno il diritto romano si ritrovò declassato e affiancato dai diritti germanici, costruiti intorno al principio della personalità del diritto.
Una delle differenze di maggiore rilevanza tra il diritto romano e quello germanico corre proprio intorno a quest’aspetto: l’ordinamento giuridico romano era imperniato intorno al principio della territorialità, gli ordinamenti consuetudinarî delle varie genti germaniche s’ispiravano invece al principio della personalità del diritto.  
Ma cosa distingue, in realtà, i due concetti di “territorialità” e “personalità” del diritto. Quando le popolazioni germaniche s’insediarono nei territorî dell’Impero romano d’occidente, dando vita ai cosiddetti regni romano-barbarici, disciplinarono la convivenza con i popoli che abitavano le regioni conquistate con norme ispirate al principio della personalità del diritto. In tal modo, in uno stesso regno i sudditi dovevano attenersi alle norme giuridiche e consuetudinarie della propria natio, determinando così la convivenza, su uno stesso territorio, di più culture giuridiche.
Del tutto opposta la visione della territorialità del diritto che concepisce un ordinamento giuridico che abbia un’applicazione definita sul piano territoriale: tutti quelli che vivono in un determinato regno sono soggetti a un unico diritto, cioè alla legge territoriale vigente in quel regno.
La fobìa razzista che da alcuni decennî, all’ombra dell’ipoteca berlusconiano-leghista, ha profondamente connotato la recente produzione legislativa nel nostro paese, nell’illusione di arginare il fenomeno dell’immigrazione con misure repressive e discriminatorie e rifuggendo da ogni prospettiva d’integrazione e di multiculturalità, ha così portato a rinnegare di fatto una delle conquiste fondamentali del nobile diritto romano.
D’altronde la rivendicazione di una sempre maggiore personalizzazione delle istituzioni giuridiche del paese è oramai una delle connotazioni principali dell’iniziativa politica del nostro centro-destra. In spregio anche ai più nobili valori ispiratori del liberalismo europeo le forze politiche di centro-destra sembrano concentrate esclusivamente sul modo di come garantire una legge “larga” per “uno” e una legge “stretta” per “tutti gli altri” e di come assicurare l’esenzione fiscale ai più ricchi e ai più potenti.
Oggi viviamo un momento particolare e davvero delicato della vita del nostro paese e sperimentiamo, allo stesso tempo, una sostanziale incapacità delle forze politiche ad assumere le proprie responsabilità. Il partito PDL appare impegnato solo a salvaguardare il proprio leader dalle possibili conseguenze delle vicende giudiziarie cui è interessato. Una parte consistente e influente dei gruppi dirigenti del Partito democratico (e lo dico da elettore e sostenitore di questa forza politica) si mostra più interessata alle vicende interne a alla suddivisione dei relativi spazî d’influenza che ai problemi del paese e alle aspirazioni ideali del proprio elettorato. Il Movimento 5 stelle si è, a sua volta, dimostrato incapace di assumersi le responsabilità di cui il mandato elettorale lo aveva investito, ritagliandosi un più comodo, ma sostanzialmente ininfluente, spazio declamatorio dove la politica finisce per cedere il passo allo spettacolo. La Lega, infine, appare chiusa in una logica fatta esclusivamente di insulti e di volgarità e mostra finanche l’incapacità d’interpretare, sia pur a suo modo, bisogni legittimi e problemi reali di quelle regioni del paese che pretende di rappresentare.
In questo quadro sostanzialmente sconfortante, un segno reale di speranza, un segnale concreto che il cambiamento è possibile è, a mio avviso, dato dall’iniziativa del ministro Cécile Kyenge per superare le norme che, nel nostro ordinamento, inibiscono il riconoscimento del diritto di cittadinanza ai bambini nati in Italia da genitori immigrati.
Un’iniziativa, condotta con semplicità, grande correttezza istituzionale, competenza, rigorosità e tenacia, che merita un sostegno convinto, ampio e operoso. All’interno della cosiddetta agenda del “fare” dell’attuale governo, mi sembra al momento proprio questa la principale voce positiva. Ma, al di là, dello schieramento favorevole o contrario all’iniziativa del governo, credo che il tema su cui si dispiega l’impegno del ministro Kyenge sia meritevole non solo del solidale coinvolgimento di tutte le forze di sinistra, non importa se al governo o all’opposizione, ma anche dell’apprezzamento più ampio delle comunità cristiane in nome del principio “ogni uomo è mio fratello”.
È importante far sentire con forza la nostra adesione al progetto d’integrazione portato avanti da Cécile Kyenge. È un contributo che, oltre al grande valore in termini di affermazione della dignità della persona umana, porta anche a riscoprire la grande ricchezza delle nostre radici storiche e culturali (che con leggerezza tendiamo a dimenticare).

Vico Equense, domenica 11 agosto 2013

mercoledì 17 luglio 2013

Ma sono proprio utili le pubblicità dei medicinali?



Ma sono proprio utili le pubblicità dei medicinali?

Nelle ultime settimane è andato ripetutamente in onda su tutte le reti televisive uno spot promozionale di uno dei più diffusi prodotti analgesici. Nel corso del breve messaggio pubblicitario una delle due protagoniste esordisce vantandosi di aver acquistato una confezione familiare del prodotto da 36 compresse, onde poter rispondere alle esigenze di più persone. Immediatamente la sua interlocutrice ci tiene a sottolineare anche l’utilità di poter disporre di una confezione piccola, da 6 compresse, comoda da portare sempre con sé, per ogni evenienza.
In sostanza ci troviamo dinanzi all’invito ad acquistare ben 42 dosi di analgesico, che è un medicinale, per altro soggetto a scadenza, quindi da consumare in un periodo di tempo contenuto. Tenendo conto  che le famiglie numerose non sono oggi molto diffuse, si tratta in effetti di una promozione pubblicitaria di 42 dosi di analgesico, da consumarsi in un tempo definito ed entro un gruppo composto in media da 3-4-5 persone al massimo (si consideri anche che da un tale conteggio andrebbero tenuti fuori i bambini). Se si vede così la cosa, l’augurio che si può formulare agli acquirenti di tale prodotto è quello che le compresse acquistate arrivino alla scadenza prevista e possano essere smaltite secondo le norme che ne disciplinano il riciclaggio, senza che si abbia alcuna necessità di farne uso (sarebbe questo di certo il male minore). Diversamente  dovremmo avere a che fare con un molto probabile caso di emicrania frequente, da affrontare con serietà con la dovuta consulenza medica e farmacologica, non certo secondo gli stimoli di campagne promozionali di un consumo di massa, quasi si trattasse di figurine da collezione o di un chewing gum (da tenere con sé per ingannare le attese).
Mi chiedo se non sia giusto lasciare che il consumo delle specialità medicinali, soprattutto degli analgesici, venga orientato esclusivamente dalle indicazioni mediche e farmacologiche. E, sempre in  proposito, che dire della frequente recitazione “alla velocità della luce” del messaggio integrativo (imposto forse da disposizioni regolamentari) in cui, nel corso dello spot, si avvisano i telespettatori che si tratta di un medicinale, che può avere contrindicazioni e si raccomanda di leggere con attenzione le indicazioni per l’assunzione?

Vico Equense, lì 17 luglio 2013